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La Reggenza.

 

INTRODUZIONE

Dopo la fine dell’Impero romano, i territori situati sulle coste nordafricane caddero sotto il dominio dei “Vandali”, popolo che, cacciato dai suoi territori originari della Polonia per la pressione dei popoli asiatici, si era a poco a poco trasferito attraverso tutta l’Europa fino ad arrivare sulle coste africane dove si stabilizzò. Durante questo periodo, belle regioni come la Mauritania, la Numidia e la Tripolitania, che avevano visto lo splendore di Roma, iniziarono la loro decadenza. Dal racconto di Procopio emerge che l’armata dell’impero greco, passando in questi territori verso la metà del VI secolo, viaggiò tre giorni senza incontrare una sola persona. Invano Giustiniano e Belisario, sconfitti i vandali, tentarono di rialzare le sorti di queste terre illustri. Gli arabi, che successivamente conquistarono queste regioni, raccolsero parte dei monumenti abbattuti e sulle colonne delle antiche basiliche costruirono le loro moschee. Dal VIII al XII secolo, tuttavia, le notizie storiche sono così scarse da rendere molto difficile una esatta concatenazione dei fatti, ma si sa di certo che la Tripolitania, politicamente, rimase una oscura dipendente di Tunisi sotto le dinastie arabe che riuscirono a imporsi alle popolazioni autoctone. Nel XIII secolo le repubbliche marinare di Genova, Venezia e Pisa erano riuscite a riallacciare i rapporti commerciali tra l’Africa e l’Europa anche se, in contemporanea, si sviluppò sulle coste africane la “pirateria” che per secoli infesterà il mare Mediterraneo, portando nei bagni penali delle varie reggenze migliaia di schiavi cristiani.

LA REGGENZA DI TRIPOLI

Quando nel 1551 i Cavalieri di Malta vennero espulsi da Tripoli per mano di Sinan Pascia, l’impero ottomano occupava, seppur virtualmente, da 10 anni la Tripolitania e una parte del suo interno. Costantinopoli, infatti, aveva affidato il governo delle sue provincie a Murat Aga (Re di Tagiura nel 1539) e ai suoi discendenti che ne divennero Pascia. I Pascia di Tripoli, forti del potere loro affidato dal Sultano, avevano autorità assoluta su tutte le terre della Reggenza e regolavano dispoticamente ogni affare, coadiuvati da ufficiali subalterni quali il Bey (comandante generale politico e militare),l’Aga (comandante della cavalleria), il Cadi (il giureconsulto) e il Mufti (che presiedeva alla parte religiosa). Vi erano anche i rais di corsare e galere, comandati da un ammiraglio. Nel periodo della Reggenza, che va dal 1551 al 1595, gli audaci e valorosi giannizzeri di Tunisi e Algeri, la migliore forza militare che sotto le bandiere del sultano teneva unite le province all’impero, intervennero per mutare la forma di governo e creare delle piccole repubbliche. Ciò fu necessario ai loro occhi perché non sempre il governo dei pascià era in armonia con i desideri dei giannizzeri, soprattutto in caso di divisione delle prede di guerra. Consci della loro potenza sui destini e sulle fortune delle province dell’impero, i giannizzeri vollero creare un Divano (o Consiglio di Stato) formato da uomini degni di merito o scelti per elezione. Il Consiglio di Stato era presieduto da un Bey o da un Aga, che durava in carica per sei mesi. Tripoli, per non essere da meno delle sue consorelle, volle adottare il medesimo sistema di governo e sotto Ibrahim Pascià ebbe il suo Divano. Compito del Consiglio di Stato era di temperare e virtualmente rendere nulla l’autorità del pascià. Al divano erano devolute le questioni più importanti della reggenza. Non si poteva intraprendere un’azione di guerra senza il suo beneplacito, né discutere di pace senza il suo parere; le relazioni di commercio, gli accordi di alleanza, i movimenti dell’erario, le imposizioni e le riscossioni delle tasse, in una parola, la Reggenza, tramutata in una piccola repubblica, veniva assorbita da questo Consiglio, che informava il Pascià delle decisioni prese. Al Pascià il Divano lasciava la cura di pagare le milizie con denaro prelevato dai cittadini sotto forma di tasse e lo rispettava come rappresentante del Sultano, concedendogli una magnifica residenza in un palazzo della città. Maometto III, interrogato su questo movimento democratico, fece presente che non era il caso di irritare la milizia, che protestava la sua fedeltà assoluta all’imperatore. Del resto l’autorità del sovrano era salva in quanto il tributo annuo della reggenza gli veniva versato regolarmente. Ma come spesso si abusa di ogni cosa, così si abusò ben presto di questa libertà di governo. E parecchi presidenti del Divano, eletti dal 1595 in poi, potenti per ricchezze, per influenza e per audacia, come Saffar Dey (1612), Mustafa Scerif (1624), Mohammed di Chio (1631), Osman Pascià (1649), abolirono il Consiglio di stato e, dopo aver persuaso gli elettori a confermarli sovrani della reggenza a vita, fecero a meno del pascià inviato da Costantinopoli, mettendosi essi stessi direttamente in relazione con il Sultano, guadagnato alla loro causa con massicci donativi. Riportarono così il governo della reggenza alla primitiva forma monarchica, autoritaria, spesso tirannica, appoggiandosi al corpo dei giannizzeri profumatamente remunerati. Il titolo di Dey, equivalente a Re, stava bene a questi tirannelli che decidevano della vita e della morte dei loro sudditi e accentravano nella loro autorità personale ogni movimento della reggenza. Uno in particolare, Mohammed di Chio, è degno di nota perché seppe essere il più spietato. Greco rinnegato, oriundo di una famiglia genovese stabilitasi appunto a Chio nell’Egeo sin dal periodo Giustiniano, era nato nel 1601 e si chiamava Giovanni Soffietti. Iniziato da suo padre alla vita marinara, rivelò ben presto delle qualità non comuni e si fece una posizione nel commercio. Ad Algeri gli capitò di uccidere un giannizzero in una rissa e fu condannato a morte. Posto di fronte alla scelta di rinunciare alla vita o alla religione cristiana, scelse la seconda e fu circonciso. Gli fu imposto il nome di Mohammed, fu rilasciato e divenne corsaro. Energico, audace, intelligente, il suo valore gli guadagnò la simpatia dei pirati e fu giudicato il miglior capitano corsaro dei suoi tempi. Verso il 1625 passò al servizio della reggenza di Tripoli, dove si incontrò sol suo amico d’infanzia, Osman, nativo anche lui di Chio e greco rinnegato, che si era già conquistato un nome nelle lotte sostenute contro i ribelli dell’interno della Tripolitania. Conoscitore profondo dell’anima venale turca, il corsaro Mohamed divideva, generosamente, con i suoi compagni di corsa le prede di guerra e largheggiava coi soldati; attingendo ai forzieri di Ramadan Dey, che era suo suocero, avendone sposato la figlia Miriam, e suo predecessore nel governo. Dopo cinque anni di permanenza in reggenza, Tripoli era matura per i colpi di fortuna. Il governo del vecchio Ramadan durò pochi mesi ma il tempo fu sufficiente per Mohammed per preparare il colpo di stato. Nell’ottobre del 1631, sicuro della fedeltà dei giannizzeri e dei pirati, l’audace corsaro raccolse i suoi fidi e nottetempo si recò alla casa di Ramadan Dey, del Pascia Cassin, delle principali autorità della reggenza e li fece prigionieri nonostante le loro proteste e la loro sorpresa; li condusse al Castello, si impossessò del tesoro dello stato e si proclamò Dey di Tripoli; governò per 18 anni. Presso Costantinopoli valsero le sue promesse, i suoi regali, l’atto di assoluta devozione al grande Signore e la dimostrazione della migliore volontà nell’accogliere degnamente in Tripoli il nuovo pascià che al Sultano sarebbe piaciuto inviare, giacchè Cassin Pascia si era fatto premura di lasciare la reggenza, caduta nelle mani di un uomo tanto spicciativo. Fu così abile nelle sue relazioni diplomatiche con Costantinopoli che nel 1633, dopo essersi sbarazzato di un secondo Pascià, ottenne dal Sultano di fondere nella sua autorità il principato e il pascialato della reggenza e padrone assoluto e incontrastato sciolse il Consiglio di Stato, affidò ad Osman il comando supremo delle truppe di terra, diede impulso alla pirateria, aumentando il numero delle navi corsare, e governò con pugno di ferro. Soffocata ogni ribellione e ristabilito l’ordine all’interno della regione, nel 1638 ampliò i confini della reggenza, includendo la Cirenaica; nell’agosto del 1640 ad opera di Osman Bey, si aggiunse l’oasi di Augila e riallacciò le relazioni commerciali con il Bornu e il Fezzan. Allo stesso tempo i suoi capitani corsari gli riempivano l’erario con i proventi della pirateria. In politica estera ebbe molte relazioni con le potenze cristiane e, a differenza dei suoi predecessori, seppe trattenere in reggenza i rappresentati dei monarchi europei, i quali desideravano allacciare rapporti commerciali con la Tripolitania. Nel 1610 un certo Francesco Du Mas inviato a Tripoli da Enrico IV vi si stabilì quale agente consolare, sostituito dopo cinque anni di permanenza da Nicolas Brun, che a sua volta rimpatriò nel 1620 per rivalità sorte tra la reggenza di Tripoli e la Francia a causa dei soprusi della pirateria. In seguito Berenguier, inviato da Luigi XIII a Tripoli nel 1630 per riscattare 100 schiavi, vi lasciò l’agente consolare Du Molin, con l’incarico di far rispettare una specie di pace stipulata tra la Francia e il Pascià tripolino. E anche se i corsari della reggenza non badavano troppo alle convenzioni, Mohammed Pascià promise amicizia e garantì pace con la Francia per mezzo del capitano marsigliese Giovanni Beau: era il 1634. Negli ultimi anni del suo pascialato, Mohammed di Chio si era accorto che la sua posizione politica vacillava e malgrado il largo e generoso contributo mandato a Costantinopoli per la guerra di Candia, consistente in 5 vascelli e due galere, più una sovvenzione in oro, il Sultano aveva prestato orecchio ad un odioso rapporto fattogli dal pascia di Tunisi, Adraman, che aspirava a inglobare nella sua reggenza la Tripolitania. Mohammed riuscì a parare il colpo ma armò il Castello come per un lungo assedio, poi attese gli eventi. Sebbene descritto come un uomo crudele e vendicativo, Mohammed teneva in alta stima i consigli del fratello Emanuele Soffietti e quando nel 1648 venne a Tripoli a fargli visita, approfittando dell’affetto che il Pascià aveva per i suoi parenti, gli raccomandò di trattare bene gli schiavi cristiani che cadevano in suo potere. Il 18 agosto 1649 i suoi nemici, che andavano aumentando attorno a lui, con avvedutezza e in gran segreto, gli avvelenarono il figlio Alì, di appena 12 anni. Profondamente colpito, andò declinando moralmente e fisicamente, tanto da non accorgersi che Francesco Ursetti, il medico calabrese del Castello, legato in congiura con i nemici, gli somministrava giorno dopo giorno un lento veleno che agiva direttamente sul cuore. Poco dopo la mezzanotte del 28 settembre 1649 Mohammed Pascià spirava tra indicibili sofferenze e venne sepolto presso la moschea di Dargut Pascià. Era di statura mediocre, forte robusto, di aria grave e maestosa; valoroso nelle azioni di terra e di mare. Proverbiale la sua liberalità; raramente rifiutava ciò che gli si chiedeva. Parlava il turco, il greco, l’arabo, l’italiano e scriveva nelle prime due lingue. Durante la sua reggenza furono portati in Tripoli 4000 schiavi cristiani che si potevano riscattare a prezzo ragionevole; alla sua morte ne rimanevano ancora 650 nelle prigioni. Della sua prole rimase solo una figlia cieca che fu data in sposa ad Osman Bey per ragioni di stato e di interesse.

OSMAN BEY. Per suffragio universale del popolo e della milizia il pascialato della reggenza passò a Osman Bey, elezione confermata dal governo di Costantinopoli. Osman Bey, come Mohammed Pascià, era oriundo di Chio, nato verso il 1600 da Giovanni Stiliano ciabattino, greco di nazionalità e di religione. La madre si chiamava Sofia; al battesimo gli fu imposto il nome di Leone. Dedito a vita disordinata fin dall’adolescenza, a 19 anni, innamorato di una ragazza del paese, la sedusse e con essa fuggì su di un veliero per Tunisi. Fatto schiavo da Mustafa Sherif, questi senza grande fatica gli fece cambiare religione e Osman Bey divenne musulmano. Apprese ben presto la lingua araba e turca, il francese e il dialetto dei negri. Passato in Tripolitania nel 1624, si distinse presto come valoroso ufficiale nelle campagne contro i ribelli della reggenza. Nominato Pascià nel settembre 1649, confermò gli ufficiali nelle loro cariche, regalò ai giannizzeri dieci scudi per ciascuno e una veste e si affrettò a riprendere il possesso delle province della Cirenaica, abbandonate, perché non redditizie, dal suo predecessore. In virtù della sua forza e intransigenza, le tribù dell’interno non osarono per parecchi anni tentare alcuna sommossa. Rinnovò le relazioni commerciali con le regioni confinanti con la reggenza del Fezzan e del Bornu e iniziò buoni rapporti con gli stati d’Europa. I giannizzeri che erano sempre rimasti fedeli ad Osman nei suoi 23 anni di governo, gli si ribellarono a causa di una distribuzione, ritenuta ingiusta, del bottino che i corsari riportavano al principe. Osman fu costretto a rinchiudersi nel Castello dove morì il 28 novembre 1672. Si ignorano le particolarità della sua morte, ma sicuramente il suo pascialato venne rovesciato da una sanguinosa rivoluzione. Osman Bey fu rimpiazzato da un usciere, nonché suo uomo di fiducia: Bailly Dei , che però governò per soli tre anni. Osman Bey, i cui resti riposano in un piccolo cimitero di Tripoli, presso la moschea di Dargut Pascia, era riuscito a stabilire rapporti diplomatici con la monarchia inglese; nel 1658 veniva nominato console del governo inglese Samuele Toker, seguito nel 1671 da Nataniel Brandley che venne accolto con grandi onori e alloggiato in uno dei più bei palazzi della città.

STORIA DELLA PIRATERIA

La pirateria tripolina nel periodo estivo perlustrava il nostro mare, le coste maltesi, siciliane e calabresi, per risalire l’Adriatico, il Tirreno e tentare approdi in Sardegna e Corsica, mentre in inverno preferiva la via dell’oriente e benché tale flotta, fosse la meno pericolosa e potente faceva lo stesso le sue razzie. Dal 1668 al 1678 aveva catturato e distrutto 104 bastimenti e condotto in schiavitù 2450 cristiani. Resisi padroni delle navi inseguite i pirati mettevano la catena al piede a tutto l’equipaggio e ai viaggiatori, quindi li spogliavano delle migliori vesti. Giunti in porto i capitani corsari presentavano la loro preda al Pascià il quale – attraverso il suo segretario – registrava le relative generalità. A ciascuno venivano dati una camicia, un paio di pantaloni di tela grossolana, una specie di cappotto, un giubbetto di panno, rinnovabile annualmente, un paio di ciabatte, due barracani per coprirsi la notte e uno scudo; dovevano inoltre comperarsi un pettine, un cucchiaio e una scodella. Gli schiavi cristiani a Tripoli ammontavano a 1500-2000 secondo la prospera o avversa fortuna. Di notte erano rinchiusi nei bagni penali e di giorno erano addetti, sotto la vigilanza dei custodi, alle opere pubbliche. La loro esistenza, il loro ricatto e lavoro erano le principali risorse dell’erario della reggenza. In maggioranza erano italiani e quando nel 1816 Lord Cumouth liberò gli schiavi tripolini, su 612 prigionieri vi erano solo due amburghesi, qualcuno di altre nazioni, il resto proveniva dall’Italia. A Tripoli vi erano anche venti o trenta negozianti europei, che alimentavano quel poco di vitalità commerciale, e qualche rappresentante consolare. Le prigioni dove si rinchiudevano gli schiavi durante la notte si chiamavano bagni perché la permanenza in quei locali doveva cagionare una pena insopportabile per il caldo e il sudore. Erano dei vasti cameroni, scarsi di luce e di aria, con mura spesse due o tre metri, ordinariamente ad un piano, suddivisi in piccole celle che potevano raccogliere sei, otto prigionieri. I tre bagni principali si trovavano a Tripoli: il bagno vecchio, detto anche della Madonna del Rosario, era il più antico, costruito per ordine di Saffar Dey nel 1615, era di forma quadrata sostenuto da 12 colonne di marmo, sezionato internamente da tre piani di tavole sulle quali dormivano i prigionieri. Aveva una capienza di 700 persone e sorgeva sull’attuale area della Casa francescana di santa Maria degli Angeli, prospiciente via Uessaia. Il secondo bagno costruito da Mohammed Pascià nel 1640 sorgeva presso la porta della Mescia, dove adesso c’è l’hotel Commercio. Era suddiviso in 76 camerette e conteneva 450 schiavi; si chiamava il bagno nuovo o di S. Antonio. Il terzo fu costruito da Osman Pascià nel 1664 sulle rovine del serraglio di Dargut Pascià e poco distante dal bagno vecchio. Era migliore dei primi due perché la costruzione era coperta a volta, diviso in 86 celle, poteva ospitare fino a 672 persone. Era detto il bagno nuovissimo, o di S. Michele, ancora in parte esistente di fronte al Banco di Roma. Anche a Tagiura, vicino alla moschea di Murat Aga sorgeva un bagno con cappella dedicata a santa Rosalia, detto anche il bagno delle trenelle perché così si chiamavano il cordame e i cavi per bastimenti che la gli schiavi preparavano (01). Il castello di Tripoli aveva pure le sue prigioni e vi dimoravano gli schiavi addetti al servizio del Pascià e dei suoi ufficiali. Là venivano rinchiusi le donne e i bimbi catturati. Nei giardini di Tripoli vi erano degli ambienti adibiti a bagni dove si rinchiudevano i cristiani addetti ai lavori dei campi. Uno scrittore anonimo, vissuto in quel periodo come schiavo nelle galere tripoline, dà una descrizione vera della sua vita e quella dei suoi compagni di sventura: “…. Lo spavento e lo sconforto che i cristiani fatti schiavi provano, all’entrare in queste prigioni, è concepibile solo da chi l’ha provato. Tutto ciò che si mostra al loro sguardo è oggetto di orrore. I guardiani parlano da tiranni, con termini ingiuriosi e minaccianti e sempre col bastone alla mano. I compagni che questi incontrano deplorano la loro sventura e fondono insieme le lacrime al racconto delle crudeli avventure passate e al vedersi ridotti in così miserevole stato. I cristiani di ogni nazione e di ogni condizione sono esposti in questa prigionia alla tirannia dei turchi. Ve ne sono alcuni mezzo nudi, altri mostrano la testa insanguinata o le braccia storpiate dai colpi ricevuti durante il giorno; alcuni giacciono sulla dura terra in preda a una febbre che li divora o a qualche malattia incurabile, senza soccorso e nutrimento. Vi sono sacerdoti, gentiluomini, borghesi, ricchi mercanti ridotti a pane e acqua. E ve ne sono di quelli che gemono da 3 o 4 anni sotto la tirannide di questi infedeli, senza speranza di liberazione; quasi tutti sono colpiti da un mortale languore per le fatiche soverchie e per la fame. Non hanno più di 15 once di pane al giorno, una specie di minestra di grano pestato, senz’olio, né burro e per bevanda l’acqua pura. Ogni anno il loro padrone dà loro della tela per fare una camicia e un paio di pantaloni e del panno per una giubba. E’ vero che la temperatura di Barberia è così dolce, che non vi è bisogno di tanti abiti; ma vi è una grande necessità di biancheria a causa del calore del clima e certamente coloro che erano abituati a vestire bene, soffrono molto per il sudore durante il lavoro e nei bagni. I Pascià per dare una forma di regolamento a questi ambienti di disordine e di confusione, vi hanno posto da tempo degli ufficiali; il più autorevole dei quali è il guardiano del bagno. Egli riceve dal padrone gli ordini per tutto ciò che abbisogna agli schiavi; ha 4 o 5 sottoposti incaricati di condurre gli schiavi al lavoro e ricondurli alla prigione, la sera. Il guardiano decide ogni questione che sorge tra i cristiani e riceve sempre qualche moneta per questi accomodamenti. I guardiani sono tutti mori; i turchi credono di avvilirsi in tale impiego e non si osa affidarlo ai rinnegati per timore che d’intesa con i prigionieri facciano qualche congiura.Nulla vi è di più spaventevole del bagno; il solo ricordo fa orrore e, con ragione, gli schiavi chiusi in esso chiamano la loro prigione: inferno. I bagni non ricevono luce che dall’alto da spiragli aperti nelle volte; il caldo è insopportabile e il fetore eccessivo. Nel 1675 vi erano almeno 600 uomini in ciascun bagno.Dopo la chiusura del bagno la sera, tutti i cristiani dicono le loro preghiere e se vi sono dei sacerdoti, essi cantano le litanie; dopo ciò, coloro che hanno portato qualche cosa per cenare, mangiano coi compagni. Vi sono dei cristiani che fanno cuocere le vivande e le vendono a coloro che hanno guadagnato qualche moneta durante il giorno; altri vendono frutta e erbaggi e in attesa di coricarsi, chi fuma tabacco e chi racconta avventure e parla dei cattivi trattamenti ricevuti dai turchi durante il lavoro. Non prima della mezzanotte si può prendere sonno, a causa del rumore e del caldo, delle lampade, delle pipe e della respirazione di tanta gente. Allo spuntare dell’alba, i mori che durante la notte hanno fatto la sentinella attorno al bagno, battono alla porta con grande fracasso per svegliare gli schiavi e gridano di tutta forza: “Su, fuori, levatevi, uscite”. Quando vi sono sacerdoti liberi o schiavi, questi dicono la messa e i cristiani vi assistono prima di uscire. Appena giorno, si apre il bagno, tutti gli schiavi sortono e sembra di vedere un gregge di pecore uscire dal parco alla prima minaccia del pastore. Siccome fra tanta gente vi sono degli artigiani, i turchi fanno loro esercitare il mestiere che torna loro utile, come il falegname, calafattore, marinaio, cordaro, tessitore. Coloro che non hanno un’arte utile per questi barbari o che non ne hanno alcuna, sono impiegati a tagliar le pietre a Gargaresc e ad el Henscir (a pochi chilometri fuori delle mura di Tripoli) con la catena al piede. E’ uno dei lavori più duri; perché queste cave sono circa un miglio fuori di città e bisogna fare la strada mattina e sera. Bisogna tagliare dieci pietre al giorno di due piedi quadrati; gli schiavi vengono forzati a questo duro lavoro e ve ne sono alcuni che muoiono sul posto. Altri sono occupati ai forni della calce, a servire i muratori, a coltivare giardini, a lavorare, a tagliare la legna, ad attingere acqua, a vuotare latrine ed altre cose simili". La giornata di lavoro dello schiavo terminava alle ore 16.00, in inverno e alle 17.00 in estate; nelle altre ore libere potevano prestare servizio a privati e guadagnare qualche cosa per meglio nutrirsi. Nessuno poteva esentarsi dalla fatica e le persone di riguardo erano trattate peggio degli altri schiavi per obbligarli ad affrettare il loro riscatto. Fino al 1663 gli schiavi appartenevano tutti al Pascià e il loro lavoro e riscatto andava tutto a suo beneficio. Con Osman, i giannizzeri ne pretesero la condivisione e si affrettavano a sbarazzarsene mediante vendita su pubblico mercato. Il prezzo variava a seconda della salute, la bellezza, abilità e beni di famiglia. Alcuni privati tenevano gli schiavi come servi; altri ne facevano oggetto di commercio. Difficilmente uno schiavo poteva riscattarsi a meno di duecento scudi; per non parlare di un capitano di nave (500-600 scudi) o uno scrivano (300). Un altro mezzo per riscattarsi dalla schiavitù era l’apostasia dalla religione cristiana, mentre molto poco si poteva sperare da una fuga attraverso il deserto o via mare. L’uno perché offriva ostacoli insormontabili e l’altro perché ogni mezzo di navigazione che entrava in porto veniva spogliato dei remi, delle vele e del timone, che si venivano depositati nei magazzini tuttora prospicienti sulle acque del porto. A tutti coloro che tentavano la fuga erano riservati severi castighi, come la mutilazione del naso e delle orecchie o semplicemente 500-600 colpi di bastone. Talvolta Paesi forti, come la Francia e l’Inghilterra, imposero al Pascià la consegna dei propri sudditi fatti schiavi, ma i cristiani appartenenti a piccole nazioni, che non potevano misurarsi con la scaltrezza e potenza della pirateria, erano costretti a soccombere di stenti. Molti furono uccisi dalla peste, che arrivò a Tripoli nel 1675. Al tempo della peste era Pascià proprio Osman, che, grazie al suggerimento di qualche medico schiavo, fece predisporre una specie di ospedale in una sala bassa del vecchio serraglio di Dargut (le attuali scuole maschili del Vicariato di Sciara Espagnol) dove fece raccogliere gli ammalati schiavi. Concedeva loro una piccola quantità di carne per il brodo, mentre dalla farmacia del Castello passava le medicine necessarie. Ben presto, accanto al serraglio, si aprì un lazzaretto per gli infetti e nel giardino attiguo un piccolo cimitero dove venivano sepolti.

                                        I CARAMANLI

La morte di Osman Pascià segna un periodo di decadenza che durerà 40 anni, alla fine dei quali si instaurarono al potere i Caramanli. La mancanza di uomini energici e valorosi come Mohammed e Osman di Chio che avevano affidato le migliori cariche della reggenza a rinnegati cristiani e il desiderio degli indigeni di sbarazzarsi di questo elemento infiltratosi numeroso nella vita politica e amministrativa, i ripetuti tentativi del governo di Costantinopoli per riprendere il possesso di questa provincia “ribelle” dell’Impero, la corsa al pascialato di Tripoli di troppi competitori, inetti, impreparati ad una carica che richiedeva intelligenza, astuzia, audacia e ricchezza, cagionò gravi perturbazioni nella reggenza, che dal 1672 al 1711 passò per le mani di sedici governatori, mentre le potenze cristiane europee aumentavano di forza e facevano rispettare le proprie bandiere sotto la protezione delle quali viaggiava la loro marina mercantile. Nel 1675 Nataniel Brandley, console d’Inghilterra ammaina la propria bandiera e lascia Tripoli per un improvviso conflitto con Ibrahim Dey. La Francia, quando i pirati barbareschi, si impadronirono di alcuni bastimenti marsigliesi, inviò l’ammiraglio Duquesne, che salpò da Tolone per Tripoli, entrò in porto, incendiò i sei migliori bastimenti corsari, per poi inseguire e sconfiggere i corsari tripolini nell’arcipelago greco dove pensavano di trovare rifugio. Ababsa Day si affrettò a chiedere la pace e ad accettare le dure imposizioni che la Francia impose. Con l’occasione, essa lasciò in reggenza un proprio rappresentante ufficiale, il console De la Magdelaine (1681) ma l’anno successivo, i corsari tripolini, violarono le condizioni del trattato e il Pascià mise il console francese in catene. Questa volta Luigi XIV ordinò a D’Estrèes di bombardare Tripoli. La flotta francese, stette all’ancora dal 19 al 22 giugno 1685 in attesa di un accordo che evitasse spargimento di sangue, ma Tripoli rispondeva con insolenza alle richieste della Francia; D’Estrès si vide così costretto ad aprire il fuoco sulla città per richiamare al dovere questa reggenza, imponendole la liberazione di tutti gli schiavi cristiani, un ammenda di 500 mila franchi e la consegna in ostaggio dei notabili del paese per tre lunghi anni, al termine dei quali, nel 1692, essi tornarono dalla Francia, ma Tripoli riprese a spadroneggiare nei mari, ancora una volta a danno della navigazione francese. Verso la metà del 1690, a Tripoli scoppiò la peste, che ritornò nel gennaio 1702 e cessò definitivamente ad agosto dello stesso anno. Pascià di Tripoli divenne dal 1703 Kalil Bey. Sotto la sua Reggenza, Tripoli conobbe un periodo di pace e buon vicinato, soprattutto nei rapporti con i consoli che ivi avevano stabilito fissa dimora. Nel 1709 scoppiò una rivolta contro Kalil Pascià: il pretendente al governo era Ibrahim rais. Questi aveva raccolto un manipolo di avventurieri e dal mare e da terra strinse d’assedio la città e il Castello. Dopo nove giorni di lotta si impadronì della piazza e affidò la forza militare in mano al suo generale Mohamed Ben el Ginn. Sin dai primi giorni il nuovo governatore di Tripoli, persuaso della corta durata del suo regno, si affrettò ad estorcere agli abitanti, senza distinzione di nazionalità e religione, tutti i beni che poté carpire. Nel novembre del 1710 Ibrahim Dey venne soppiantato dal suo generale, sostituito poi da Hag Regeb che venne soppiantato da Mahmud Abu Umes destituito, a sua volta, da Ahmed Caramanli. Come si nota, il pascialato di Tripoli prima dell’avvento dei Caramanli era formato da reami che esorbitavano sfacciatamente dai loro poteri. Tripoli era stanca di questo continuo e scandaloso cambiamento di Pascià, che arrivavano al potere per iniziativa personale o per appoggio al partito, sempre a rischio della loro testa e sfruttando la situazione del momento senza occuparsi minimamente della popolazione che si era impoverita. Ques’ultima sentiva il bisogno di una mano di ferro che la richiamasse all’ordine e alla disciplina e fortunatamente venne in loro soccorso l’uomo adatto per rialzare le sorti della Reggenza. Ahmed Caramanli, ambizioso, energico, educato ai maneggi che regolavano la successione alla Corte degli Osmanli. Egli volle rendere indipendente lo stato di Tripoli e assicurarne la successione alla sua famiglia, senza però sconfessare l’alta sovranità nominale del Sultano di Costantinopoli. Poiché i suoi ambiziosi progetti potevano essere ostacolati da alcuni funzionari turchi (soprattutto militari) devoti al governo centrale, e anche da alcuni capi tribù troppo influenti, Ahmed Caramanli, dopo essersi assicurato il Castello, la milizia, il tesori e la simpatia popolare, invitò i suoi potenziali nemici ad un banchetto in un palazzo della Dahra (il giardino di Sidi el Hani) e li fece assassinare nella corte interna del caseggiato. Nessuno sfuggì alla carneficina che seppur con un sistema poco onesto, fu perlomeno “efficace” per spianare la strada all’avvento della dinastia dei Caramanli nella Tripolitania (1711-1835). Principe attivissimo, Ahmed si preoccupò di smaltire la rabbia del Sultano e per ingraziarselo, riunì i beni delle vittime e ne fece dono ad Ahmed III, a Costantinopoli. Organizzò una milizia indigena con la quale sottomise il Gebel; per la difesa contro possibili nemici rialzò le mura della città e curò le fortificazioni; edificò la moschea che porta il suo nome, si dichiarò protettore dei corsari, riorganizzò quindi la pirateria (sua primaria fonte di ricchezza) e rifornì l’erario. Seppe legarsi e mantenere ottimi rapporti con i consoli residenti a Tripoli, specialmente con quello di Francia, contro la quale i corsari tripolini entravano spesso in conflitto per il non rispetto dei trattati. Alla morte di Ahmed Caramanli, gli subentrò il figlio, Mohammed (1745-1754), che governò con parsimonia sia con le popolazioni locali che con le legazioni estere. Tenne a bada le bramosie dei suoi pirati e si attirò le simpatie della Francia, già da tempo presente sia commercialmente che politicamente. Ma a Tripoli, oltre ai consolati di Francia e Inghilterra, andavano via via stabilendosi anche quelli di Napoli, Venezia, Svezia, Olanda (apparsi nel XVIII) Alla morte di Mohammed (1745-1754) gli successe il figlio, Alì, che tenne la Reggenza per ben 40 anni. Questi aveva tre figli: Hassan, Ahmed e Jussef. Hassan aveva un carattere buono, affabile ed era amato dal popolo e anche invidiato dal fratello Jussef, dal carattere forte, come il nonno, ma molto aggressivo. Dominato dall’ambizione del governo, Jussef uccise il fratello e si rivoltò contro il padre innescando una guerra civile contro di lui e poiché se fosse accaduto ciò, l’immagine della famiglia Caramanli ne avrebbe risentito al cospetto del Sultano, il padre si riappacificò con il figlio. La sorte della Reggenza venne scossa da un ulteriore intervento militare, questa volta su iniziativa di Ali Borgol, avventuriero turco chiamato anche Sidi Ali Benaden, che approfittò dell’anarchia della Tripolitania e del desiderio di tranquillità dei notabili tripolini. Per l’occasione i figli di Ali Caramanli, alleati del Pascià di Tunisi, accerchiarono Tripoli dall’esterno e obbligarono Ali Borgol a rifugiarsi a Smirne e poi in Egitto dove, nel 1803 venne ucciso dai mamelucchi. I fratelli Caramanli rientrarono a Tripoli e Ahmed ne divenne Pascià solo per 6 mesi. Poi, venne soppiantato dal fratello Jussef che riportò la calma a Tripoli; spazzò via il brigantaggio, represse il furto con la pena di morte, organizzò una buona flottiglia per correre il mare, rafforzò le mura della città e governò da principe saggio e forte. Frattanto, in Europa, i cambiamenti politici, a iniziare dalla rivoluzione francese, avevano influito pesantemente sulla vita religiosa e politica delle Reggenze barbaresche, in particolare di quella tripolina. Gli stati europei, specialmente i più piccoli, prima d’ora inermi di fronte alla pirateria barbaresca, si risvegliarono dalla loro ignavia e iniziarono a combattere la pirateria per difendere le proprie marinerie commerciali, fino a quel tempo condizionate a doversi mettere d’accordo con i Pascià delle reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri, versando loro una quota annua, più una indennità al cambio di ogni console o a scegliere di navigare sotto la bandiera delle forti potenze.

L'intervento delle grandi potenze

Ma gli accordi con i Pascià nordafricani non erano certamente vantaggiosi per l’erario delle reggenze, che preferivano la soppressione di un bastimento, ricco di mercanzia e ben equipaggiato, alle indennità annuali. Le reggenze barbaresche si tenevano in vita unicamente per la pirateria, che con il riscatto degli schiavi e la vendita delle merci rubate consentiva ai Pascià di vivere un proverbiale lusso orientale, protetti da una piccola armata e forniti di una rispettabile flottiglia. Ma l’approvazione tacita e manifesta dello stesso Pascià, che nella pirateria trovava il migliore e più efficace mezzo di vita politica, finì col minare le basi della casa Caramanli e apportò a Jussef Pascià gravi umiliazioni, che ne minarono l’autorità presso gli indigeni. Nel 1796 fu la Svezia che per prima si rifiutò di sottostare alle pretese di Jussef, seguita nel 1801 dagli Stati Uniti che entrarono nel porto di Tripoli con 4 navi da guerra (una delle quali, la USS Constitution la si può ammirare ancora a Boston). Respinte dalle batterie del castello, le navi degli Stati Uniti si recarono a Derna, la occuparono e tentarono la scissione della Reggenza, affidando ad Ahmed Caramanli, fratello di Jussef, il governo della Pirenaica. Solo dopo l’intervento del console inglese si arrivò ad impegnare Jussef Pascià alla restituzione dei prigionieri e dei beni catturati, nonché al rispetto di ogni nave battente bandiera americana, senza diritto a compenso. Fu così che gli Stati Uniti stabilirono da quella data il loro console in Tripoli. Nel 1816 l’Inghilterra concludeva un trattato con gli Stati barbareschi per l’abolizione della schiavitù e la cessazione di ogni sorta di pirateria. i piccoli stati d’Europa si mettevano sotto la protezione delle grandi potenze. In questa epoca si aprì in Tripoli il consolato sardo, ma poichè Jussef e i suoi colleghi tunisini e algerini tentavano di vendere cara alle piccole potenze la sicurezza del mare, nel Congresso di Aix la Chapelle, l’Europa incaricò Francia e Inghilterra di imporre i suoi ordini ai Pascià barbareschi. L’8 ottobre 1819 le loro squadre unite, agli ordini degli ammiragli Freemaulte e Jurien de la Graviere ancoravano a Tripoli e ottenevano la piena sottomissione del Principe Caramanli. Sei anni dopo, nel 1825 la piccola flotta del Regno sardo, al comando del capitano di vascello Francesco Sivori, entrava audacemente nel porto di Tripoli e faceva rispettare la propria bandiera a colpi di cannone e cessarono così le esigenti pretese di Jussef Pascià, che voleva imporre una tassa arbitraria al consolato di Sardegna. L’anno successivo anche il Vaticano dovette rivolgersi alla Francia perché fossero rispettate le proprie navi. Per ultimo venne il Regno di Napoli che inviò a Tripoli una flottiglia di venti vele, ma la marina napoletana, poiché consumò tutte le munizioni, senza raggiungere alcun risultato contro la piazzaforte di Tripoli, venne ad un accordo col Pascià, ad imitazione della Toscana che si era comperata la sicurezza del mare. Chiuso questo incidente, ultimo tra i fasti della pirateria tripolina, la Francia e l’Inghilterra spazzavano, nel 1830, tutto il Mediterraneo da ogni vestigia corsara. Jussef Caramanli fu costretto a chiedere contributi alle popolazioni indigene necessari per l’esistenza della reggenza. Li impoverì a tal punto che essi si sollevarono contro di lui. Ali Caramanli, il figlio, provò a reagire ma gli interessi di Francia e Inghilterra erano troppo forti per una possibile rivalsa e quando Costantinopoli si accorse che tanto la Francia quanto l’Inghilterra si interessavano alle vicende di Tripoli, per timore che anche questa provincia finisse come Algeri in mano al più forte, nel 1835 occupò la città, dichiarò decaduta Casa Caramanli (120 anni di esistenza) e instaurò Mustafa Nedjib Pascià di Tripoli. A Homs, nel 1861 una società inglese iniziò gli scavi di Leptis Magna (v. storia antica) e raccolse bellissime statue. Era un secolo che nessuno frugava più tra quelle rovine, dopo il 1693 quando il governo francese aveva chiesto alla reggenza piena libertà di scavo ed esportazione dei marmi di Lebda. Per l’occasione nel 1689 l’intendente di marina De Vauvrè scriveva a Tolone a Signelay: “…ricevo una proposta dal comandante dei mori dei dintorni di Lebda vantaggiosissima per la bellezza dei marmi e l’integrità delle colonne di marmo verde e bianco e farle portare in spiaggia; colonne della lunghezza di 28 piedi e di 18, per 26 e 28 pollici di diametro”. Queste colonne furono inviate a Parigi e formano attualmente l’altare maggiore della chiesa di St.Germaine des Près. Alla scomparsa della pirateria, diminuirono per poi scomparire del tutto non solo gli schiavi cristiani e di conseguenza i bagni, ma moriva, per fallimento, anche la reggenza; in compenso Tripoli si riempiva di cristiani liberi, provenienti dalle regioni d’Italia e da Malta che risiedevano nella Mescia e attorno ai consolati di provenienza, dediti – come da secoli, ormai - ai traffici commerciali.

L'ITALIA

Solo dopo il 1870, l’Italia unita e bisognosa di espansione, apparve in reggenza dove già la nostra lingua era nota da ben tre secoli grazie agli schiavi e attraverso i suoi consoli. Iniziò così un lento ma inesorabile lavoro di penetrazione su tutta la costa, così come del resto, avevano fatto la Francia, quando si era affrancata nelle reggenze di Tunisi e Algeri, e l’Inghilterra, quando allargava il suo dominio e la sua influenza sulle coste e nell’interno dell’Egitto. L’Italia, tra il 1890 e il 1900, aveva favorito i suoi commercianti dando appoggio a coloro che da anni servivano d’anello di congiunzione tra la Tripolitania e l’Italia, aveva aperto scuole a Tripoli e Bengasi e, quando nel fondaco di Sidi Ben Nur venne compiuto il preciso ed efferato assassinio di Gastone Terreni, i rapporti – ormai tesi da mesi – tra il Console Generale d’Italia e Hassuna Pascià, si ruppero definitivamente. Questi preliminari e altri poco noti, furono i prodromi della dichiarazione di guerra tra l’Italia e la Turchia. Il 26-27 settembre del 1911 apparve all’orizzonte una torpediniera italiana al comando dell’ammiraglio Faravelli, battente bandiera bianca che entrata in porto e a nome del Re d’Italia, chiedeva al comandante della piazza turca la resa della città. Avutane risposta negativa il 5 ottobre le artiglierie delle nostre navi aprirono il fuoco sulla città e cinque ore dopo i nostri marinai issavano la bandiera italiana sui forti Sultania ed Hamidiè e si impadronivano della città e contemporaneamente, venivano occupate le città sulla costa. Militarmente consolidata e ufficialmente riconosciuta dalle potenze europee, in seguito al decreto di sovranità e alla definitiva pace tra l’Italia e la Turchia, la nuova colonia italiana dovette fronteggiare nel 1915 una insurrezione dall’interno che la restrinsero ai principali centri della costa. E solo dopo 4 anni di assedio e la fine della I guerra mondiale si poté godere della pace anche se i ribelli premevano ancora al margine del deserto. Tripoli che da tempo sconfinava fuori le mura della città vecchia, aveva bisogno di espandersi ulteriormente, anche per l’aumento dei cristiani che nel 1914 salirono a circa 18.000, inizia così ad opera dell’Italia, l’ampliamento e la costruzione della Tripoli che noi abbiamo conosciuto fino a 40 anni fa.

 

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